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No MadMan. No MathMan.

A noi italiani conviene ripartire dalla Moka.

Nella sua rubrica da Cannes, Pasquale Diaferia riflette sul risultato raggiunto dal nostro Paese nell’ambito del Festival Internazionale della Creatività. A dispetto di quello che dicono in molti, l’Italia registra segnali deboli, ma positivi. Vediamo quali.

 

Dicono gli osservatori che per l’Italia è stato un anno terribile: solo Heineken Dilemma ha conquistato premi rilevanti al Festival della Creatività 2016. Sostengono gli esperti che, nonostante i 6 leoni di quell’operazione, questo successo non può rappresentare la complessità e la ricchezza creativa di un paese come il nostro, relegato oltre il trentesimo posto nella classifica generale dei premi.

 

Sorrido, perché sono gli stessi che si dichiaravano sicuri che il Leave al referendum in UK non sarebbe passato. E che la nazionale di Conte avrebbe vinto anche la terza partita con l’Irlanda. Invece io, che non sono di quelli che scoprono il ’68 nel 1969 o registrano la caduta del muro di Berlino dopo che il muro è caduto, continuo ad essere convinto che a Cannes l’Italia abbia mostrato una delle sue migliori annate: pochi premi, ma tanti significativi segnali deboli.

 

Non ci sono solo Bruno Bertelli  ed i suoi ragazzi che mettono allegria, quando girano per le feste portandosi dietro i Leoni conquistati. A raccontare cosa potrebbe succedere nei prossimi anni, ci sono tanti piccoli segni tangibili di quanto lavoro stiamo facendo per risollevarci dopo un lungo periodo buio in cui né le singole agenzie, né le associazioni hanno trovato la quadra per diventare non solo un mercato media importante a livello europeo. Ho visto tante piccole dosi di creatività nazionale. Tanti piccoli espressi, gustosi e ben fatti, che segnalano quanto la nostra cucina sia viva. Anche se una sola stella Michelin è stata assegnata ad un solo nostro ristorante.

 

Per esempio, un ottimo caffè l’ha offerto Giovanni Perosino invitato dalla sede londinese di BBH sul palco dei Lions Entertainment con un regista di moda come Jon Chu.  Due perfetti espressi li ha offerti Sergio Spaccavento, che parla per la sua Conversion di Humor in Pubblicità al Forum, la sala più giovane, prospettica e creativa de Festival, e il giorno dopo tiene lezione a 30 giovani creativi sullo stesso tema, nella Academy gestita dallo storico proprietario del Festival, Roger Hacthuel. Un perfetto “caffè sospeso” lo offre il salernitano Bruno Ascione: gestisce tre panelist internazionali all’incontro sull’innovazione tecnologica della sua Healthware ai Liones Health.

 

Una tazzina arriva anche dal ministro Gozi che firma il protocollo con cui il governo sostiene l’arrivo di Eurobest a Roma, ai primi di dicembre. L’ultimo dei tanti sorsi che dicono che gli italiani ci sono, lavorano bene, si stanno aprendo la strada nella comunità internazionale, lasciatemelo dire con un filo di orgoglio, è l’argento per gli Usa al film AdapToys: va a Tinyproduction, la casa di produzione nuovaiorchese di proprietà della mia italianissima figlia Veronica.

 

Mi sembra come qualche anno fa, quando Paolo Sorrentino passò qui a Cannes al Festival principale: tutti i critici dissero che si trattava di un premio importante, che celebrava però la morte del cinema italiano. Eppure Paolo qui conobbe Sean Penn, presidente di quella giuria, che fu determinante per realizzare un film che gli aprì gli Stati Uniti come ‘This Must be the place’: qualche anno dopo quella reputazione, quella credibilità gli permise di potersi presentare all’Academy di Los Angeles, e vincere l’Oscar per il miglior film straniero con ‘La Grande Bellezza’. Nessuno lo ricorda oggi, sono tutti impegnati a celebrare ‘Jeeg Robot’ e ‘Perfetti Sconosciuti’. Se si è finalmente usciti da vent’anni di deserto produttivo e di idee inespresse nella nostra industry del cinema nazionale, è merito di quel Cannes di qualche anno fa, catalogato tra quelli fallimentari.

 

Allo stesso modo penso che questi tanti segnali deboli, ma positivi, confermino che finalmente, sei anni dopo il solitario speech di Sergio Rodriguez, siamo sulla buona strada: mai abbiamo visto tanti italiani presentarsi sui palchi del Festival, parlare in inglese, raccontare i propri believe e superare i limiti della propria provenienza.

 

Giovanni Perosino  , da cliente Audi, ha detto che le marche devono cercare i cervelli creativi migliori e produrre fiction di marca che siano interessanti per i consumatori, non spot che terremotino i loro film. Questo pur essendo cresciuto professionalmente nel paese con la maggiore quota di broadcast tv europeo ed una fastidiosa abitudine all’interruption marketing.

 

Sergio Spaccavento  ha raccontato quali sono le regole che permettono ad una marca di ingaggiare il cuore dei consumatori con una risata. Pur venendo da un paese in cui l’infelicità sta crescendo a livello sociale, tra cervelli in fuga e lavoratori del voucher.

 

Roberto Ascione  ha proposto Innovazione Digitale e Tecnologica nell’HealthCare. Pur venendo da un paese famoso per la sua cronica Malasanità e l’altrettanto cronica assenza di BroadBand.

 

Gozi  ha dimostrato come i ministri italiani della Generazione Erasmus parlino un buon inglese e sappiano che cos’è la creatività: quindi ha la credibilità per spiegare che il nostro paese può diventare, un giorno, il reparto creativo dell’occidente industriale, un posto dove vivere bene e produrre di conseguenza le idee più utili ed innovative al mondo. Pur venendo da un paese che ha passato un ventennio molto complicato e poco innovativo.

 

La mia Veronica, per finire, contabilizza un argento per un paese come gli Usa, che di leoni ne ha vinti centinaia. Pur essendo la bambina che colorava di nascosto i miei storyboard, e li rendeva inutilizzabili per la presentazione al cliente, è stata premiata con un metallo più prezioso di tutti quelli vinti dal padre.

 

Lei, come molti italiani protagonisti a Cannes quest’anno, è dovuta andare a realizzarsi altrove o superare problemi strutturali e storici. Non solo sul brillante Bertelli, ma anche su lei e tante altre persone di talento, il nostro paese può realisticamente contare per far ripartire la nostra creatività e ritornare ad occupare gli spazi che merita una cultura importante come la nostra.

 

Il talento creativo italiano è l’unica risposta possibile  a chi pensa che a Big data, Programmatic, Adressability, Non Humans siano le sole tendenze. Nella tensione tra MadMan e Maths Man, noi ci metteremo la nostra capacità di generare soluzioni originali come un espresso ben fatto. A quelli che si domandano se un giorno i Robot vinceranno un Leone a Cannes, noi rispondiamo: non è un nostro problema. Noi siamo impegnati a fare in modo che, nel 2017 o nel 2018, 15 agenzie italiane possano vincere un totale di 20/25 leoni. Noi italiani abbiamo talento creativo genuino, non abbiamo bisogno di dati per capire come sono fatte le persone vere.

 

I robot, al massimo li usiamo solo per servire il caffè.  A patto che l’espresso lo faccia un umano particolarmente bravo ad usare la moka. La macchinetta automatica con le cialde, quella, la lasciamo volentieri a George Clooney.

 

 

Pasquale Diaferia (twitter @pipiccola)